si scioglie prima.
Dal quotidiano L'Adige del 7 settembre 2011:

Servivano i dati conservati negli archivi di Vienna per sfatare uno dei molti luoghi comuni sul tempo in montagna, quello per cui in passato in Trentino nevicava molto di più. Non è vero. E lo ha spiegato a una platea di 120 ricercatori, da ieri impegnati al Mart nel 24° Congresso internazionale di climatologia, Massimiliano Fazzini, docente di rischio climatico all'Università di Ferrara. Con la sua équipe e con la collaborazione del servizio Meteomont del Corpo forestale dello Stato, il professore ha recuperato dagli archivi della Provincia a Gardolo e da quelli di Vienna alcune preziose serie storiche sulla neve caduta in Trentino dal 1875 ad oggi. «Per alcune stazioni - spiega Fazzini -, fra cui Rovereto, Riva, Cles, Malé, San Martino, Passo Rolle e Bezzecca, siamo riusciti a ricostruire circa 100-110 anni di di precipitazione nevose. Restano alcune lacune, soprattutto nei periodi delle due guerre mondiali, che ora cercheremo di colmare utilizzando i dati rilevati nelle stazioni austriache e convertendoli con i modelli statistici». Cosa emerge da questi primi studi? «Che fino ai 1.500 metri di quota la nevosità è cresciuta mentre più in alto è rimasta pressoché stabile. Agli anni ‘80 particolarmente nevosi sono seguiti gli anni ‘90 molto secchi, iniziati con gli inverni fra il 1989 e il 1991 quando la neve in montagna era soltanto quella artificiale. Le precipitazioni sono riprese dal 2000 in poi con l'inverno 2008/09 che in Trentino è risultato il più nevoso degli ultimi 60 anni». Questo fenomeno associa alcune zone delle Alpi orientali con gli Appennini del centro-meridionali, con aumenti stimati tra il 10 e il 28%, mentre sulle Alpi centro-occidentali e sugli Appenini settentrionali si è registrato un calo della nevosità quantificabile in un meno 50%. Di converso in Trentino, come nel resto d'Italia, è cresciuta anche la temperatura media, più alta di 6-7 decimi di grado rispetto al secolo scorso. Ed allora, anche se la neve cade più che in passato, la sua permanenza al suolo è diminuita di un 15-20% soprattutto a quote inferiori ai 1.200 metri. A preoccupare sono le nuove tendenze del clima: «Negli ultimi 30 anni - afferma Vincenzo Romeo, comandante della stazione Meteomont - in inverno l'anticiclone atlantico indirizza masse d'aria umida e temperata e favorisce irruzioni di aria fredda che provocano intense e violente bufere di neve, abbassamenti repentini delle temperature e vento forte. Ne conseguono l'aumento di nevicate precoci e tardive nei mesi di dicembre ed aprile e la diminuzione nei mesi di febbraio, l'aumento diffuso e generale dell'intensità delle nevicate, con i cosiddetti "temporali di inverno", e l'alternanza ciclica di periodi di elevata e di bassa nevosità ogni 4-5 anni». «Dal punto di vista della sicurezza sulla montagna - continua Romeo - questa evoluzione è esplosiva. Con tanta neve, vento forte e innalzamenti repentini della temperatura le condizioni cambiano velocemente, favorendo la formazione di valanghe. Per questo motivo è ancora più importante recarsi in montagna accompagnati da guide esperte. E questo vale ancora di più per i turisti che arrivano dalle grandi città, dove le condizioni climatiche sono tutte diverse. Non serve il carcere per chi provoca le valanghe, dobbiamo invece intensificare l'educazione per prevenire queste situazioni».